Immaginiamo la vita di un bambino tipo di oggi inserito in un “normale” contesto familiare e sociale; poiché però sappiamo anche che una cosa sono il “bambino tipo” e il “contesto normale” un’altra i bambini e i contesti reali, lo facciamo con un po’ di ironia per non prenderci troppo sul serio.
Supponiamo, dunque, che questo bambino si chiami Tommaso, abbia otto anni e frequenti con diligenza e profitto la terza elementare; supponiamo anche che tanto la madre quanto il padre siano onesti lavoratori mediamente benestanti, ma che soprattutto siano più sensibili alla ricchezza dei valori che al valore della ricchezza e pertanto, oltre ad aver avuto costantemente cura del benessere fisico e mentale del loro figlio, siano stati sempre anche molto attenti a quella che chiamano la sua formazione umana. Difatti, prima di iscriverlo alla scuola elementare, così come avevano fatto già anche per la materna, insieme ad altri genitori hanno condotto accurate indagini per sapere quale scuola offrisse migliori garanzie di crescita culturale e umana dei loro bambini: hanno partecipato alle riunioni preliminari di diversi istituti dove hanno preso conoscenza dei rispettivi piani dell’offerta formativa – i cosiddetti “POF” – alcuni li hanno anche letti attentamente ed hanno anche parlato personalmente con diversi dirigenti scolastici per ulteriori chiarimenti e assicurazioni che, immancabilmente, sono state loro profuse con grande cortesia e senza avarizia. Alla fine, con grande soddisfazione, hanno concluso che proprio la scuola a duecento metri da casa era quella che per qualità e quantità dei servizi e delle offerte pedagogiche meglio rispondeva alle loro esigenze ed aspettative. Addirittura le superava: oltre alle materie tradizionali, vi si insegnava già dai primi anni una lingua straniera – l’inglese – e si faceva alfabetizzazione informatica: per non lasciare i bambini impotenti, aveva spiegato la dirigente, di fronte al computer. Coronamento dell’attività didattica erano poi i diversi progetti previsti dal POF: intercultura, educazione all’ambiente, educazione alla salute – comprendente un corso di educazione alimentare e i primi rudimenti di educazione sessuale – educazione al consumo consapevole, educazione alla solidarietà, laboratorio di manualità e creatività, educazione musicale, guida al gioco; tutte attività svolte da qualificati esperti esterni di cui la scuola poteva opportunamente avvalersi grazie all’autonomia che le riconosceva ora la legge. Esperti tra cui andava annoverata anche una brava psicologa presente a giorni alterni e alla quale potevano rivolgersi sia gli insegnanti che i genitori per consulenza o per segnalare eventuali bambini in difficoltà e bisognosi pertanto, se non di un vero e proprio intervento terapeutico, di un supporto o, meglio, di una guida a gestire la loro emotività, che la stessa dottoressa avrebbe fornito. Un progetto pedagogico di tale portata richiedeva naturalmente un forte impegno ed un continuo aggiornamento degli insegnanti, oltre che una costante pratica di accoglienza, che a sua volta richiedeva uno stretto rapporto anzi, una continuità tra scuola e famiglia, perché i bambini non si sentissero mai in un ambiente estraneo. “È l’anima di questa scuola – aveva detto la dirigente – e finché ci saremo io e le mie insegnanti, non verrà mai meno”, aveva poi concluso con orgoglio.
A dire il vero, dopo il colloquio, alla mamma ed al papà di Tommy era sorto il dubbio che tutti questi progetti fossero più che altro buone intenzioni destinate a rimanere in gran parte sulla carta. Invece no, altri genitori, i cui figli già frequentavano quella scuola-modello, se ne dichiaravano pienamente soddisfatti ed alcuni avevano anche suggerito loro di chiedere che il bambino venisse inserito nella classe I C, destinata il prossimo anno ad un team di maestre veramente brave. Richiesta che immancabilmente avevano fatto; e che altrettanto immancabilmente era stata esaudita.
Così ora il piccolo Tommy frequenta la III C e, tranne il sabato, sta a scuola dalle otto e mezza alle quattro e mezza, quando il papà o la mamma lo vanno a prendere per poi accompagnarlo, dopo una breve sosta a casa per una rapida merenda, al catechismo – il lunedì ed il giovedì – perché il prossimo anno dovrà fare la prima comunione; in piscina – il martedì – perché il nuoto è lo sport più completo, ma nuotare senza tecnica – avevano sentito dire da un istruttore – può essere più dannoso che altro; alla scuola di calcio – il mercoledì – perché il calcio gli piace molto; a lezione di chitarra – il venerdì – perché a scuola ha rivelato una certa predisposizione che, secondo la maestra di educazione musicale, sarebbe un peccato non coltivare più a fondo; infine il sabato pomeriggio presto lo accompagnano di nuovo al campo di calcio per gli allenamenti o per qualche partita. Certo, essi riconoscono che tutte queste attività comportano un certo sacrificio, ma sono molto contenti ed ammirati delle cose che impara; cose che spesso loro stessi non sanno: l’altro giorno, per esempio, ha illustrato i tanti modi in cui si possono riutilizzare i contenitori di plastica con il duplice vantaggio di un maggior risparmio e di un minor danno all’ambiente; un’altra volta, quando erano a pranzo anche i nonni, aveva mostrato alcuni passi di una danza berbera, insegnata da un etnomusicologo e proposta dalle maestre nell’ambito del progetto intercultura in onore della piccola Sharifa, immigrata algerina. Le movenze per la verità erano state un po’ goffe e impacciate, ma avevano comunque riscosso l’applauso stupito ed entusiasta dei nonni. E poi – pensano – meglio occupato che star senza far nulla o che passi il pomeriggio davanti alla televisione; in fondo sono tutte opportunità che, oltre ad essere comunque utili per il futuro, giovano ad una sua crescita integrale o, perlomeno, lo educano all’idea che per ogni cosa ci sono delle regole.
Lo scorso Natale è successa una cosa spiacevole: Tommy aveva chiesto in regalo la playstation ma sia la mamma sia il papà avevano opposto un netto rifiuto. “Non è meglio una bicicletta nuova?” avevano detto per fargli digerire meglio la cosa. “E dove ci vado con la bicicletta, in mezzo al traffico? – aveva obiettato lui mettendo i genitori in serio imbarazzo – e poi la playstation ce l’hanno tutti i miei compagni” aveva continuato. “Sì, magari anche Sharifa” – aveva replicato il padre con tono smaccatamente ironico, persuaso di aver trovato l’argomento vincente. “Certo che ce l’ha anche Sharifa!” La presunta arma vincente si era rivelata quanto mai debole; tuttavia, anche se sguarnito di argomenti, il rifiuto rimase. Rimase, ma non fu digerito; un po’ perché Tommy lo avvertiva come una privazione tutto sommato immeritata, ma soprattutto perché lo faceva sentire diverso dagli altri suoi compagni; cosa, questa, che lo faceva sentire parecchio a disagio, tanto che la sua attenzione in classe e il suo impegno subirono un evidente calo. Fortunatamente la maestra Antonella se ne accorse, ne parlò con i genitori suggerendo loro l’opportunità di farlo aiutare dalla psicologa della scuola a superare questa difficoltà. Ed effettivamente l’aiuto aveva funzionato perché dopo un po’ di tempo tutto era tornato nella normalità.
In questi giorni poi la classe è impegnata a preparare la recita di fine anno; coronamento di un anno di intensa attività, ma in cui – pensa un po’ perplesso il padre – si ripeterà il rituale degli anni precedenti: di nuovo si assisterà ad una performance inevitabilmente piuttosto scadente, ma comunque immortalata da molte videocamere e camere digitali con tanto di riflettori e lampi di flash, ed applaudita dai genitori, tutti presenti in gran completo, nonché da un folto ed entusiasta stuolo di nonni e nonne, sul volto di molte delle quali si potrà leggere il disappunto di non aver potuto, data la stagione, indossare la pelliccia; e di nuovo, dietro le quinte le maestre vivranno l’evento con molta tensione e una certa eccitazione in attesa dell’apoteosi finale: i molti mazzi di fiori che all’improvviso spunteranno come dal nulla per essere loro offerti dalle mani dei bambini stessi, piccolo segno dell’immensa gratitudine delle mamme e dei papà per aver fatto della scuola soprattutto una grande famiglia.
Il pensiero di questa scena che immancabilmente si ripete ogni anno turba il padre di Tommy: se la scuola – si chiede con una certa inquietudine – si fa anch’essa famiglia, se guarda ai bambini con gli occhi della famiglia, quando e in che modo questi potranno acquistare consapevolezza di non essere il punto fisso attorno al quale ruota tutto l’universo, ma che devono imparare ciascuno per sé a muoversi insieme agli altri in un universo comune? Come e quando impareranno a confrontarsi con altri mondi, se anche la scuola si sforza di apparire come il loro mondo? Come e quando inizieranno a guardare al mondo come una realtà da condividere e non come una realtà fatta su misura per loro o come una realtà virtuale che si può rimuovere a proprio piacimento al pari di una fiction televisiva che, se non piace, si può far sparire nel nulla premendo un tasto sul telecomando? Come e quando impareranno ad essere autonomi nelle loro scelte e ad assumersene la responsabilità di fronte agli altri se si rinvia all’infinito l’esperienza del distacco dal proprio mondo? Come e quando impareranno a guardarsi dall’esterno ed a scoprire così il proprio “sé” – massimo traguardo della formazione umana – se dall’esterno continuano ad esperire solo occhi puntati su di loro? Se anche la scuola si sforza di apparire un altro se stesso? O non è vero che la scuola dovrebbe essere anche la prima esperienza di cittadinanza, che dovrebbe cioè istituire il primo rapporto con lo Stato, ossia con il mondo comune, quello che comprende il sé e l’altro da sé e che tuttavia è “sovrano” rispetto ad entrambi? E come può questo accadere se la scuola sembra piuttosto promuoversi come una semplice propaggine della famiglia? Non sarà – si chiede infine il padre di Tommy – che la scuola anziché prendersi cura della società di domani, si preoccupa piuttosto di compiacere i genitori di oggi? (Interrogativo, detto per inciso, da porsi anche con maggior forza quando si invocano, come si fa oggi da ogni parte, merito, autorità ed efficienza.)
E cosa può volere un genitore, di oggi come di ieri, se non un futuro sereno per i propri figli? E poiché oggi solo il possesso di molti saperi può garantire un futuro sicuro e sereno, è consequenziale che la scuola offra fin dall’infanzia quanti più saperi possibile e che, laddove la scuola non arriva, ci sia un universo di scuole parallele pronte a vendere i loro saperi. Ed infatti – si trova a constatare il nostro stravagante papà – a guardar bene, la vita di suo figlio e dei suoi coetanei è dominata da un’unica attività: apprendere; come se questi bambini fossero dei contenitori elastici da riempire il più possibile oggi per spremerli meglio domani. Certo, quanto più sono diligenti oggi, tanto più saranno delle persone brave domani; ma una persona brava è anche una brava persona?
Ma c’è una un’altra constatazione che lo inquieta più di questa amara considerazione: occupato com’è tutto il giorno ad apprendere qualcosa, saperi o abilità o competenze che siano, a suo figlio non rimane alcuno spazio di tempo libero, perché anche quel poco che gli rimane dopo aver assolto tutti i suoi molteplici impegni è anch’esso un tempo obbligato; un tempo, cioè da destinare necessariamente in maniera inattiva al riposo fisiologico per recuperare le energie spese nelle fatiche trascorse e per ricaricarlo, per dir così, in modo da metterlo nuovamente in grado di affrontare le fatiche future. Quello che invece gli viene sottratto, come se fosse un lavoratore alienato, è il tempo libero nel senso più autentico del termine; ovvero un tempo ed uno spazio per ri-pensare ciò che accade, liberamente però, ossia senza l’onere dell’obbligo; un tempo ed uno spazio per fare una bella prova di sé, liberamente però, ossia anche senza l’allettamento del premio o del compenso e lontano dall’occhio vigile di un esperto; un tempo ed uno spazio per farsi rapportandosi alle cose, agli altri ed a sé stessi, liberamente però, ossia senza la mediazione di regole che garantiscano a priori il successo o l’insuccesso della propria azione; un tempo ed uno spazio per fare esperienza collettiva dello stesso fare esperienza. È come se, in altre parole, il tanto tempo speso per comprendere, nel migliore dei casi, come funzionano il mondo e se stesso, non gli lasci il tempo per fare esperienza di sé e del mondo.
Ma si può crescere umanamente, si può diventare autonomi e responsabili, in una parola, si può maturare il senso dell’etica senza fare questa esperienza al momento opportuno? O non c’è il pericolo che questa privazione porti all’indifferenza, al “torpore”, all’incapacità di distinguere il bene dal male, al nichilismo, in definitiva, di cui parla il prof. Galimberti nel suo ultimo libro? E ancora: non sarà che il prospettare ogni attività – persino la creatività e il gioco – come presieduta da un sistema di regole amministrato da un esperto, arrivi a persuadere che la semplice osservanza delle regole garantisca anche una vita buona? Che dire la parola giusta al momento giusto sia facile purché si conosca il funzionamento della lingua? Che l’amore tra una donna ed un uomo sia facile purché se ne conoscano i meccanismi fisiologici? Che essere felici sia facile purché si sappia come soddisfare i propri bisogni e desideri emergenti? Che essere uomini sia facile purché si sappia come funzionano le proprie emozioni? Che essere responsabili sia facile purché si osservino le regole della buona condotta, anche se comportano sacrificio?
Beninteso, il padre di Tommy è più che persuaso che regole di buona condotta debbano esserci ed essere rispettate da tutti – e questo vale prima di tutto in casa sua; ma sa anche che ci sono molte situazioni in cui il confine tra bene e male è così sfumato che non richiedono di essere affrontate con azioni corrette, ma con azioni giuste; anzi, sono proprio queste che più di ogni altra costituiscono la condizione umana. E se etica e responsabilità formano un binomio inscindibile, è proprio in queste situazioni che entra in causa l’etica; quando cioè non sappiamo e nessuno può dirci cosa sia meglio fare e ci troviamo soli con noi stessi a dover correre il rischio di una scelta ed assumercene la responsabilità. E cosa farà suo figlio quando si troverà solo con se stesso? Saprà correre il rischio di una scelta, come si richiede ad una persona responsabile, o ripiegherà su ciò che fanno tutti, purché tutti siano contenti? “Kalòs o kyndunos” diceva Platone; ma come si sta preparando il piccolo Tommy ad affrontare il rischio che una vita etica comporta, se sta crescendo all’ombra protettiva di saperi dalle facili certezze?
Troppa televisione, senza dubbio; ma forse è il caso di chiedersi se non sia troppa anche la scuola.
Eccomi in varie salse… indovinate la mia preferita???
Oggi è un altro giorno…
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