Un bambino “normale”

Immaginiamo la vita di un bambino tipo di oggi inserito in un “normale” contesto familiare e sociale; poiché però sappiamo anche che una cosa sono il “bambino tipo” e il “contesto normale” un’altra i bambini e i contesti reali, lo facciamo con un po’ di ironia per non prenderci troppo sul serio.
Supponiamo, dunque, che questo bambino si chiami Tommaso, abbia otto anni e frequenti con diligenza e profitto la terza elementare; supponiamo anche che tanto la madre quanto il padre siano onesti lavoratori mediamente benestanti, ma che soprattutto siano più sensibili alla ricchezza dei valori che al valore della ricchezza e pertanto, oltre ad aver avuto costantemente cura del benessere fisico e mentale del loro figlio, siano stati sempre anche molto attenti a quella che chiamano la sua formazione umana. Difatti, prima di iscriverlo alla scuola elementare, così come avevano fatto già anche per la materna, insieme ad altri genitori hanno condotto accurate indagini per sapere quale scuola offrisse migliori garanzie di crescita culturale e umana dei loro bambini: hanno partecipato alle riunioni preliminari di diversi istituti dove hanno preso conoscenza dei rispettivi piani dell’offerta formativa – i cosiddetti “POF” – alcuni li hanno anche letti attentamente ed hanno anche parlato personalmente con diversi dirigenti scolastici per ulteriori chiarimenti e assicurazioni che, immancabilmente, sono state loro profuse con grande cortesia e senza avarizia. Alla fine, con grande soddisfazione, hanno concluso che proprio la scuola a duecento metri da casa era quella che per qualità e quantità dei servizi e delle offerte pedagogiche meglio rispondeva alle loro esigenze ed aspettative. Addirittura le superava: oltre alle materie tradizionali, vi si insegnava già dai primi anni una lingua straniera – l’inglese – e si faceva alfabetizzazione informatica: per non lasciare i bambini impotenti, aveva spiegato la dirigente, di fronte al computer. Coronamento dell’attività didattica erano poi i diversi progetti previsti dal POF: intercultura, educazione all’ambiente, educazione alla salute – comprendente un corso di educazione alimentare e i primi rudimenti di educazione sessuale – educazione al consumo consapevole, educazione alla solidarietà, laboratorio di manualità e creatività, educazione musicale, guida al gioco; tutte attività svolte da qualificati esperti esterni di cui la scuola poteva opportunamente avvalersi grazie all’autonomia che le riconosceva ora la legge. Esperti tra cui andava annoverata anche una brava psicologa presente a giorni alterni e alla quale potevano rivolgersi sia gli insegnanti che i genitori per consulenza o per segnalare eventuali bambini in difficoltà e bisognosi pertanto, se non di un vero e proprio intervento terapeutico, di un supporto o, meglio, di una guida a gestire la loro emotività, che la stessa dottoressa avrebbe fornito. Un progetto pedagogico di tale portata richiedeva naturalmente un forte impegno ed un continuo aggiornamento degli insegnanti, oltre che una costante pratica di accoglienza, che a sua volta richiedeva uno stretto rapporto anzi, una continuità tra scuola e famiglia, perché i bambini non si sentissero mai in un ambiente estraneo. “È l’anima di questa scuola – aveva detto la dirigente – e finché ci saremo io e le mie insegnanti, non verrà mai meno”, aveva poi concluso con orgoglio.
A dire il vero, dopo il colloquio, alla mamma ed al papà di Tommy era sorto il dubbio che tutti questi progetti fossero più che altro buone intenzioni destinate a rimanere in gran parte sulla carta. Invece no, altri genitori, i cui figli già frequentavano quella scuola-modello, se ne dichiaravano pienamente soddisfatti ed alcuni avevano anche suggerito loro di chiedere che il bambino venisse inserito nella classe I C, destinata il prossimo anno ad un team di maestre veramente brave. Richiesta che immancabilmente avevano fatto; e che altrettanto immancabilmente era stata esaudita.
Così ora il piccolo Tommy frequenta la III C e, tranne il sabato, sta a scuola dalle otto e mezza alle quattro e mezza, quando il papà o la mamma lo vanno a prendere per poi accompagnarlo, dopo una breve sosta a casa per una rapida merenda, al catechismo – il lunedì ed il giovedì – perché il prossimo anno dovrà fare la prima comunione; in piscina – il martedì – perché il nuoto è lo sport più completo, ma nuotare senza tecnica – avevano sentito dire da un istruttore – può essere più dannoso che altro; alla scuola di calcio – il mercoledì – perché il calcio gli piace molto; a lezione di chitarra – il venerdì – perché a scuola ha rivelato una certa predisposizione che, secondo la maestra di educazione musicale, sarebbe un peccato non coltivare più a fondo; infine il sabato pomeriggio presto lo accompagnano di nuovo al campo di calcio per gli allenamenti o per qualche partita. Certo, essi riconoscono che tutte queste attività comportano un certo sacrificio, ma sono molto contenti ed ammirati delle cose che impara; cose che spesso loro stessi non sanno: l’altro giorno, per esempio, ha illustrato i tanti modi in cui si possono riutilizzare i contenitori di plastica con il duplice vantaggio di un maggior risparmio e di un minor danno all’ambiente; un’altra volta, quando erano a pranzo anche i nonni, aveva mostrato alcuni passi di una danza berbera, insegnata da un etnomusicologo e proposta dalle maestre nell’ambito del progetto intercultura in onore della piccola Sharifa, immigrata algerina. Le movenze per la verità erano state un po’ goffe e impacciate, ma avevano comunque riscosso l’applauso stupito ed entusiasta dei nonni. E poi – pensano – meglio occupato che star senza far nulla o che passi il pomeriggio davanti alla televisione; in fondo sono tutte opportunità che, oltre ad essere comunque utili per il futuro, giovano ad una sua crescita integrale o, perlomeno, lo educano all’idea che per ogni cosa ci sono delle regole.
Lo scorso Natale è successa una cosa spiacevole: Tommy aveva chiesto in regalo la playstation ma sia la mamma sia il papà avevano opposto un netto rifiuto. “Non è meglio una bicicletta nuova?” avevano detto per fargli digerire meglio la cosa. “E dove ci vado con la bicicletta, in mezzo al traffico? – aveva obiettato lui mettendo i genitori in serio imbarazzo – e poi la playstation ce l’hanno tutti i miei compagni” aveva continuato. “Sì, magari anche Sharifa” – aveva replicato il padre con tono smaccatamente ironico, persuaso di aver trovato l’argomento vincente. “Certo che ce l’ha anche Sharifa!” La presunta arma vincente si era rivelata quanto mai debole; tuttavia, anche se sguarnito di argomenti, il rifiuto rimase. Rimase, ma non fu digerito; un po’ perché Tommy lo avvertiva come una privazione tutto sommato immeritata, ma soprattutto perché lo faceva sentire diverso dagli altri suoi compagni; cosa, questa, che lo faceva sentire parecchio a disagio, tanto che la sua attenzione in classe e il suo impegno subirono un evidente calo. Fortunatamente la maestra Antonella se ne accorse, ne parlò con i genitori suggerendo loro l’opportunità di farlo aiutare dalla psicologa della scuola a superare questa difficoltà. Ed effettivamente l’aiuto aveva funzionato perché dopo un po’ di tempo tutto era tornato nella normalità.
In questi giorni poi la classe è impegnata a preparare la recita di fine anno; coronamento di un anno di intensa attività, ma in cui – pensa un po’ perplesso il padre – si ripeterà il rituale degli anni precedenti: di nuovo si assisterà ad una performance inevitabilmente piuttosto scadente, ma comunque immortalata da molte videocamere e camere digitali con tanto di riflettori e lampi di flash, ed applaudita dai genitori, tutti presenti in gran completo, nonché da un folto ed entusiasta stuolo di nonni e nonne, sul volto di molte delle quali si potrà leggere il disappunto di non aver potuto, data la stagione, indossare la pelliccia; e di nuovo, dietro le quinte le maestre vivranno l’evento con molta tensione e una certa eccitazione in attesa dell’apoteosi finale: i molti mazzi di fiori che all’improvviso spunteranno come dal nulla per essere loro offerti dalle mani dei bambini stessi, piccolo segno dell’immensa gratitudine delle mamme e dei papà per aver fatto della scuola soprattutto una grande famiglia.
Il pensiero di questa scena che immancabilmente si ripete ogni anno turba il padre di Tommy: se la scuola – si chiede con una certa inquietudine – si fa anch’essa famiglia, se guarda ai bambini con gli occhi della famiglia, quando e in che modo questi potranno acquistare consapevolezza di non essere il punto fisso attorno al quale ruota tutto l’universo, ma che devono imparare ciascuno per sé a muoversi insieme agli altri in un universo comune? Come e quando impareranno a confrontarsi con altri mondi, se anche la scuola si sforza di apparire come il loro mondo? Come e quando inizieranno a guardare al mondo come una realtà da condividere e non come una realtà fatta su misura per loro o come una realtà virtuale che si può rimuovere a proprio piacimento al pari di una fiction televisiva che, se non piace, si può far sparire nel nulla premendo un tasto sul telecomando? Come e quando impareranno ad essere autonomi nelle loro scelte e ad assumersene la responsabilità di fronte agli altri se si rinvia all’infinito l’esperienza del distacco dal proprio mondo? Come e quando impareranno a guardarsi dall’esterno ed a scoprire così il proprio “sé” – massimo traguardo della formazione umana – se dall’esterno continuano ad esperire solo occhi puntati su di loro? Se anche la scuola si sforza di apparire un altro se stesso? O non è vero che la scuola dovrebbe essere anche la prima esperienza di cittadinanza, che dovrebbe cioè istituire il primo rapporto con lo Stato, ossia con il mondo comune, quello che comprende il sé e l’altro da sé e che tuttavia è “sovrano” rispetto ad entrambi? E come può questo accadere se la scuola sembra piuttosto promuoversi come una semplice propaggine della famiglia? Non sarà – si chiede infine il padre di Tommy – che la scuola anziché prendersi cura della società di domani, si preoccupa piuttosto di compiacere i genitori di oggi? (Interrogativo, detto per inciso, da porsi anche con maggior forza quando si invocano, come si fa oggi da ogni parte, merito, autorità ed efficienza.)
E cosa può volere un genitore, di oggi come di ieri, se non un futuro sereno per i propri figli? E poiché oggi solo il possesso di molti saperi può garantire un futuro sicuro e sereno, è consequenziale che la scuola offra fin dall’infanzia quanti più saperi possibile e che, laddove la scuola non arriva, ci sia un universo di scuole parallele pronte a vendere i loro saperi. Ed infatti – si trova a constatare il nostro stravagante papà – a guardar bene, la vita di suo figlio e dei suoi coetanei è dominata da un’unica attività: apprendere; come se questi bambini fossero dei contenitori elastici da riempire il più possibile oggi per spremerli meglio domani. Certo, quanto più sono diligenti oggi, tanto più saranno delle persone brave domani; ma una persona brava è anche una brava persona?
Ma c’è una un’altra constatazione che lo inquieta più di questa amara considerazione: occupato com’è tutto il giorno ad apprendere qualcosa, saperi o abilità o competenze che siano, a suo figlio non rimane alcuno spazio di tempo libero, perché anche quel poco che gli rimane dopo aver assolto tutti i suoi molteplici impegni è anch’esso un tempo obbligato; un tempo, cioè da destinare necessariamente in maniera inattiva al riposo fisiologico per recuperare le energie spese nelle fatiche trascorse e per ricaricarlo, per dir così, in modo da metterlo nuovamente in grado di affrontare le fatiche future. Quello che invece gli viene sottratto, come se fosse un lavoratore alienato, è il tempo libero nel senso più autentico del termine; ovvero un tempo ed uno spazio per ri-pensare ciò che accade, liberamente però, ossia senza l’onere dell’obbligo; un tempo ed uno spazio per fare una bella prova di sé, liberamente però, ossia anche senza l’allettamento del premio o del compenso e lontano dall’occhio vigile di un esperto; un tempo ed uno spazio per farsi rapportandosi alle cose, agli altri ed a sé stessi, liberamente però, ossia senza la mediazione di regole che garantiscano a priori il successo o l’insuccesso della propria azione; un tempo ed uno spazio per fare esperienza collettiva dello stesso fare esperienza. È come se, in altre parole, il tanto tempo speso per comprendere, nel migliore dei casi, come funzionano il mondo e se stesso, non gli lasci il tempo per fare esperienza di sé e del mondo.
Ma si può crescere umanamente, si può diventare autonomi e responsabili, in una parola, si può maturare il senso dell’etica senza fare questa esperienza al momento opportuno? O non c’è il pericolo che questa privazione porti all’indifferenza, al “torpore”, all’incapacità di distinguere il bene dal male, al nichilismo, in definitiva, di cui parla il prof. Galimberti nel suo ultimo libro? E ancora: non sarà che il prospettare ogni attività – persino la creatività e il gioco – come presieduta da un sistema di regole amministrato da un esperto, arrivi a persuadere che la semplice osservanza delle regole garantisca anche una vita buona? Che dire la parola giusta al momento giusto sia facile purché si conosca il funzionamento della lingua? Che l’amore tra una donna ed un uomo sia facile purché se ne conoscano i meccanismi fisiologici? Che essere felici sia facile purché si sappia come soddisfare i propri bisogni e desideri emergenti? Che essere uomini sia facile purché si sappia come funzionano le proprie emozioni? Che essere responsabili sia facile purché si osservino le regole della buona condotta, anche se comportano sacrificio?
Beninteso, il padre di Tommy è più che persuaso che regole di buona condotta debbano esserci ed essere rispettate da tutti – e questo vale prima di tutto in casa sua; ma sa anche che ci sono molte situazioni in cui il confine tra bene e male è così sfumato che non richiedono di essere affrontate con azioni corrette, ma con azioni giuste; anzi, sono proprio queste che più di ogni altra costituiscono la condizione umana. E se etica e responsabilità formano un binomio inscindibile, è proprio in queste situazioni che entra in causa l’etica; quando cioè non sappiamo e nessuno può dirci cosa sia meglio fare e ci troviamo soli con noi stessi a dover correre il rischio di una scelta ed assumercene la responsabilità. E cosa farà suo figlio quando si troverà solo con se stesso? Saprà correre il rischio di una scelta, come si richiede ad una persona responsabile, o ripiegherà su ciò che fanno tutti, purché tutti siano contenti? “Kalòs o kyndunos” diceva Platone; ma come si sta preparando il piccolo Tommy ad affrontare il rischio che una vita etica comporta, se sta crescendo all’ombra protettiva di saperi dalle facili certezze?
Troppa televisione, senza dubbio; ma forse è il caso di chiedersi se non sia troppa anche la scuola.

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CASA MIA

E’ un sogno di casa, ma quale casa?? C’è qualcosa che risuona e poi forse implode dentro…Eccola, è là, tra le dune, è piccola, nascosta tra la pineta prima del mare, con le piante di basilico davanti alla porta, la tavola imbandita su una tovaglia bianca di cotone e la cucina soleggiata. C’è un cane che corre tra i finocchietti e le piante di capperi ed erbacce incolte; ci sono le mosche e il vino scuro in una brocca di vetro. Ogni cosa è perfettamente riconoscibile. 

Poi mi sveglio, ma dove sono?

C’è un’altra casa. Quella dei sogni … ma quella che abbiamo è un’altra, è questa.

Rispondere al telefono e sapere chi è quella voce lontana ancor prima che risponda.

Preparare il sugo al pomodoro come lo faceva la mamma e sentire sprigionare dal tegame tutto il profumo della domenica con scie di curry, zafferano, aglio e basilico nell’aria… e menta di prato addolcita dall’odore di zagara degli aranceti carichi di frutta.

Sentire il cinguettio dei merli o dei cuculi al mattino presto, come quando ero piccola e sapevo che quel dolcissimo verso di richiamo significava anche l’imminente sveglia per la scuola; adesso nulla è cambiato, perchè ogni mattina per il resto della vità mi alzerò per … vivere… con un nido sopra alla finestra, lì da qualche parte. C’è ma non lo vedo.

Affondare le guance sul mio cuscino alla fine di una giornata intensa per non dimenticare ciò che tutti cercano di rimuovere come una colpa, e cioè il mio odore stampato sulle lenzuola, mentre mi addormento ricercando il segno del corpo sul materasso.

Percorrere le strade di una città che non è più mia da molto tempo e scoprire che le montagne sono dello stesso colore, la pendenza del suolo permette ancora di scorgere il mare all’orizzonte e la piazza ha le stesse panchine occupate da anziani saggi e curiosi… nulla è cambiato da quando me ne sono andata, eccetto che adesso quella gente mi guarda negli occhi e vede in me una straniera.

Guardare le stelle, senza conoscere i rudimenti dell’astronomia, ma sapere che quel tetto naturale si accende dopo ogni tramonto.

Avere un sogno, qualcosa che mi aspetta, che cerco dentro o fuori di me, un insegnamento, un precetto, un dovere che mi accompagna in tutto quello che faccio e che mi tende all’esistenza, per tutta la mia esistenza.

E quella musica, quel canto nero che sa di antico, di saggezza vissuta, di esperienze ed emozioni volteggia nell’aria molleggiando sul sottofondo ritmico, ripetitivo e piacevolmente rassicurante del basso mentre le percussioni accompagnano ogni passo, ogni vagone che attraverso, ogni viaggio che incomincio.

Poi ci sono certi ricordi dipinti da emozioni a volte chiare a volte indistinte e confuse, come quando assaggio un cioccolatino e non capisco dove sta il limite tra il dolce, l’amaro, l’acido e il salato. Si dice che l’ideale stia nel bilanciamento perfetto tra i sapori, ma a volte le emozioni giocano a farsi la guerra e ci portiamo dietro un bagaglio di ricordi emotivi che poi segnano per sempre chi siamo e cosa facciamo. Sono dentro di noi, ma hanno fatto la pace.

Di errori poi ne ho commessi tanti, ma li colleziono tutti e ne vado fiera, perchè ognuno di loro mi appartiene. Certo, l’avrò anche pagato caro, ma a quel prezzo ho guadagnato il mio spazio di crescita. E non è poco. Adesso ognuno di quegli errori trova posto nella mia vita nel suo opposto, nel riscatto, nella rinascita.

Tutto questo è la mia casa… Io che una casa la cercavo davvero, pensando d’essere dispersa in preda ad un esilio. Ho abbandonato un porto sicuro, ma ho scoperto d’amare il mare aperto, caro vecchio mare! Ti ho sempre davanti agli occhi e ti respiro e continuo ad attraversarti. Ho scoperto di averla già una casa, è dentro di me, mi accompagna ogni giorno, in ogni luogo e la ritrovo in ogni gesto quotidiano. Anche se mi manca un po’.

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Intrighi atomici

 Nelle mie numerose letture mi sono imbattuta in una informazione pressochè controintuitiva, almeno a primo impatto, e cioè che alcune forme neoplastiche, soprattutto dei tessuti molli (sarcomi), possono regredire in seguito ad una febbre alta. Ciò avviene perchè mentre il nostro organismo reagisce contro un’infezione produce anche dei fattori antitumorali. La letteratura è ricca di casi paradigmatici di spontanea remissione da tumori. (Cancer Res, 1918; 3193-225;Am J Med Sc, 1893;105:487-511; Onkologie, 1998; 21: 14-8). Quando la temperatura si porta da 37°C a 42°C, inizia una vera e propria moria di cellule cancerose. Questo effetto è attualmente sfruttato dalla terapia ipertermica antitumorale, che, in sostanza, si sostituisce alle stesse capacità dell’organismo di produrre una “salutare” reazione febbrile. Ecco, immagino la sorpresa della comunità scientifica nel settore medico al momento di questa rivelazione certamente eccentrica. Per conto mio non posso che essere sedotta da questa (apparentemente) improbabile correlazione tra febbre e tumore.

Ho avuto sempre molta attrazione per il contrastante, per il conflitto, per la rottura e questo mi è d’aiuto anche quando ragiono riguardo alla mia disciplina di interesse.

Peter Medawar, un famoso biologo, disse una cosa che mi ispira sempre: “La buona scienza emerge sempre da un’idea fantasiosa di ciò che potrebbe essere vero”. Si tratta indubbiamente di un’affermazione che potrebbe irritare chi si occupa soprattutto delle scienze epistemologicamente perfette come la fisica e la matematica. Forse irriterebbe un po’ meno gli psicologi e i neuroscienziati; ad ogni modo non è una cosa di cui ci si debba vergognare: ogni settore inesplorato dell’indagine scientifica deve essere analizzato anche procedendo per intuizioni, ipotesi plausibili là dove i dati empirici sono scarsi o approssimativi.

Se pensiamo alla storia della scienza, siamo passati per rivoluzioni scientifiche paradigmatiche che ci hanno portato da Tolomeo, a Copernico, fino agli esperimenti di Galileo e alle dimostrazioni sulla relatività spazio-temporale di Einstein, per poi rimettere tutto in discussione con Heisemberg e con il suo principio di indeterminatezza, il quale dimostrò che a livello subatomico venivano meno anche i nessi di causa-effetto. Non ci eravamo ancora ripresi che abbiamo dovuto affrontare i buchi neri, i grovigli quantistici… e chissà quanti altri misteri appassioneranno l’Uomo del Futuro!

In confronto le scienze della mente (psicologia, psichiatria, neuroscienze) non solo hanno fatto capolino tardivamente, all’alba dell’ottocento, ma stanno ancora attraversando probabilmente l’”Era del Bronzo”, un po’ come la fisica all’epoca di Tolomeo o ancor prima… Certamente sono stati compiuti enormi passi in avanti nella comprensione dei rapporti tra cervello, mente e comportamento, ma è indubbio che al momento abbiamo una visione parziale sul funzionamento del nostro organo più importante (e anche il più complesso) e ancor meno su come questa misteriosa e meravigliosa macchina governi il resto (mente e comportamento).

Mai dare l’ovvio per scontato. Ci sono fondamenta dalle quali possiamo partire per capire le relazioni fra i campi di indagine che ho menzionato, e quelle fondamenta sono da ricercare primariamente nelle nostre origini: da dove veniamo? Come si è evoluto il nostro cervello?

L’uomo è un essere unico e speciale e non è solo un’altra specie di primate (spero di usare i termini giusti in senso evoluzionistico ed eventualmente mi scuso per gli errori). Non si tratta di un’affermazione da intendere esclusivamente in senso antropocentrico: l’uomo è ANCHE un primate, ma è diverso. Ci sono certi biologi che parlano dell’uomo come godendo della sua bassezza nel paragonarlo alle scimmie. Non siamo solo questo, ma occorre partire egualmente dalle origini. Ho letto un’affermazione di uno studioso, Huxley, il quale dice che se osservassimo dei fossili o del materiale sotto alcool, il gorilla e l’uomo differiscono poco più di quanto differiscano il gorilla e il babbuino: è indubbio che siamo anatomicamente, fisiologicamente, neurologicamente e geneticamente dei primati, ma anche qualcos’altro, che va ricercato nelle funzioni mentali, nelle capacità di coscienza e nel comportamento. Noi uomini scriviamo, indaghiamo, creiamo, andiamo alla ricerca di cose svariate, uniamo geni, facciamo le rivoluzioni scientifiche, andiamo alla ricerca dell’universo, e guardiam dentro noi stessi, cercando di risolvere l’enigma del nostro cervello e del nostro comportamento… C’è di che farsi venire il capogiro! Come può un ammasso gelatinoso del peso di un kilo e mezzo fare tutto questo? Questa domanda è un tormento per me…da dove viene la coscienza? Una magia di atomi e particelle hanno cambiato posizione milioni di volte, nel corso della storia dell’uomo, per trovare una combinazione fatale, interazioni perfette tali da originare cellule e connessioni che oltre a materiale biologico producono e secernono… coscienza. Possediamo più di un miliardo di neuroni nel nostro cervello, ciascun neurone potenzialmente ha da mille a diecimila contatti con altri neuroni sia di tipo eccitatorio che di tipo inibitorio. Ma una singola sinapsi non spiega nulla del nostro mistero: occorre capire come più sinapsi lavorino in rete e come le reti siano organizzate in circuiti, i quali trasmenttono le informazioni avanti e indietro, permettendo alle reti di comunicare fra loro. Non sarebbe solo poesia affermare che il nostro cervello è più vasto del cielo, ognuno di noi nel proprio piccolo ingloba l’infinitamente grande…

 

   
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“Ovunque e sempre l’ombra che ci trotterella dietro va a quattro zampe”

 “Si dice che c’è un posto nel deserto in cui lo spirito delle donne e lo spirito dei lupi s’incontrano attraverso il tempo, quel posto nel tempo in cui lo spirito della donna e lo spirito della lupa si incontrano, il posto in cui la sua mente e i suoi istinti si mescolano, dove la vita profonda della donna fonda la sua vita mondana è il luogo in cui le donne corrono coi lupi….”

“….I lupi e le donne hanno in comune talune caratteristiche psichiche: sensibilità acuta, spirito giocoso, e grande devozione. Sono profondamente intuitivi…sono esperti nell’arte di adattarsi a circostanze sempre mutevoli; sono fieramente gagliardi e molto coraggiosi. Eppure le due specie sono state entrambe perseguitate… da coloro che vorrebero ripulire non soltanto i territori selvaggi ma anche i luoghi selvaggi della psiche,soffocando l’istintuale….”

“….Quando le donne riaffermano il loro rapporto con la natura selvaggia, vengono dotate di un osservatore interno permanente, di un conoscitore, un visionario, un oracolo, un ispiratore, un creatore, un inventore e un ascoltatore che guida, suggerisce e incita a una vita vibrante nel mondo interiore e nel mondo esterno.
Quando le donne stanno con la Donna Selvaggia, il fatto di quella relazione brilla attraverso di loro. Questa maestra selvaggia, questa madre selvaggia, questa guida selvaggia sostiene la loro vita intima e la loro vita esteriore, qualunque essa sia…
Queste parole, selvaggia e donna, fanno sì che le donne rammentino chi sono e perché ci sono….”

 “…e poi ci sono quegli appetiti. Una donna può desiderare follemente essere vicino all’acqua, o a pancia in giù con la faccia nella terra a odorare quel profumo selvaggio.
Può aver voglia di correre nel vento o di piantare qualcosa, di togliere qualcosa dalla terra o mettere qualcosa nella terra.
Può aver voglia di impastare e mettere in forno, immersa nella farina fino ai gomiti. Può aver voglia di salire su una montagna saltando di roccia in roccia e facendo risuonare la sua voce.
Può aver bisogno di ore di notti stellate, quando le stelle sono come cipria sparsa su un pavimento di marmo nero.
Può sentire che morirà se non potrà danzare nuda nella tempesta, sedere in perfetto silenzio, tornare a casa sporca di inchiostro, di pittura, di lacrime, di luna.
Ringrazio, infine, l’odore dello sporco buono, il suono dell’acqua libera, gli spiriti della natura che accorrono sulla strada per vedere chi passa. Tutte le donne che sono vissute prima di me e hanno reso il sentiero un po’ più aperto e un po’ più facile.”
 

 Clarissa Pinkola Estes, “Donne che corrono coi lupi”

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Coscienza e cervello

«La coscienza è in effetti la chiave di lettura delle vita di un essere di pensiero e, nel bene e nel male, essa ci consente di conoscere tutto circa il fatto che abbiamo fame e abbiamo sete, piangiamo o siamo allegri, dormiamo o immaginiamo. Ci permette di conoscere il mondo e di creare delle storie sul mondo»

(Damasio, The feelings of what happens, 2000)

Cos’è la coscienza? E’ irriducibile alla mente? Ha sede da qualche parte? In che relazionesi trova rispetto al substrato neurobiologico e a quello psicologico?

 Nel dibattito articolato rientrano le argomentazioni non solo di filosofi ma anche di fisici, biologi, fisiologi, neurologi, neuropsicologi, e tutti quelli che a pieno titolo alimentano la complessità del discorso delle Neuroscienze. Ci sono altresì filosofi e pensatori che si discostano dal prefisso “neuro”, considerando il problema della coscienza come qualcosa da trattare separatamente. Nonostante la diffidenza rispetto all’emergente “neuromania”, che recentemente è stata denunciata in un saggio di Carlo Arrigo Umiltà,un mio ispiratore alla fine del mio percorso accademico,  in qualche modo anche loro offrono un contributo che se non può essere considerato scientifico, lo è di certo sul piano del discorso e del pensiero.

 Il nostro cervello è un insieme di sedi anatomiche distinte, costituite a loro volta da popolazioni neuroniche specifiche, cellule gliali, neurotrasmettitori, etc… Alla pari di un qualsiasi altro organo esso è costituito da molecole di acqua, a loro volta costituite da atomi, cioè aggregati di elettroni e protoni, che interagiscono attraverso il campo elettromagnetico. Una volta definita la collocazione spaziale di atomi e molecole e stabilite le leggi dell’elettrodinamica quantistica che governano i processi biologici, il discorso della fisica si ferma qui. Se da un lato la scienza fisica ha dimostrato che tutti i processi chimici, biologici e dunque anche cerebrali consistono unicamente in successioni di processi fisici elementari determinati unicamente dalle leggi della fisica quantistica, dall’altro lato tale visione dei processi biologici non può rendere conto dell’esistenza della nostra vita psichica. Le equazioni del campo elettromagnetico sono valide per il nostro cervello così come per un filo di un metallo conduttore, ma non sono state ritrovate ancora nelle emozioni, nelle sensazioni, nei pensieri… Ancora più difficile è convincersi di come dall’interazione di due cellule nervose e cioè di atomi (protoni ed elettroni), scaturisca un pensiero, un movimento, una percezione di un colore, di un suono, un’ emozione di rabbia o di paura. Le scoperte neuroscientifiche in tal senso non si basano su assunzioni causali: così eventi patologici cerebrali focali possono produrre deficit specifici di varie funzioni neuropsicologiche, tuttavia non si può inferire logicamente che quelle aree governano direttamente la funzione, perchè le leggi della fisica non lo esplicitano; analogamente se una lesione della terza circonvoluzione frontale della corteccia sinistra produce un’afasia di Broca, lesione e deficit sono solo in correlazione (anche statistica), senza che si possano produrre spiegazioni causali.

In questo modo si lascia il posto ad altre scienze epistemologicamente meno perfette della fisica quantistica, scienze cioè il cui Logos è più adatto alla trattazione di questioni oltre il materialismo. Mi riferisco alla psicologia, alla biologia, alla neurologia, alla fisiologia, che oltre a risolvere questioni interne al proprio campo di conoscenza, si aprono in alcuni casi al dialogo su questioni interdisciplinari, come lo studio, l’analisi e la descrizione di fenomeni complessi come quello sulla coscienza o la mente.

In psicologia, ad esempio, tutti gli approcci scientifici, sperimentali e terapeutici sono tesi al superamento del dualismo corpo-psiche: cervello e mente pur avendo origini diverse, sono complementari, le due facce dellastessa medaglia. Tra gli approcci sperimentali che hanno maggiormente dato risposte all’interno le neuroscienze vi sono le scienze cognitive e la psicofisiologia che prediligono lo studio dei processi psicologici in relazione all’attività cerebrale e autonomica, configurandosi come un modello per il superamento del dualismo.

Secondo la maggioranza degli scienziati comportamentali, le idee di Cartesio sul dualismo erano sbagliate e l’esperienza cosciente dipende sempre dall’attività del cervello: non può esistere una coscienza slegata dal corpo. Forse l’ affermazione più chiara è che l’attività cerebrale provoca l’esperienza cosciente. Il fatto che le droghe, l’alcol (lo stesso Freud affermava che il Super Io è solubile in alcool) e i danni cerebrali possano cambiare così radicalmente l’esperienza conscia, dimostra che la coscienza ha a che fare molto con il cervello. In ogni caso, è difficile ottenere l’unanimità delle opinioni senza che ci siano problemi: non sappiamo come il cervello dia origine alla coscienza, se davvero lo fa. Tuttavia se la coscienza non scaturisce dall’attività di un singolo neurone, che per sua natura è imprigionato dalle leggi della fisica quantistica (che nulla spiegano riguardo alla psiche) potrebbe essere più plausibile pensare che siano invece popolazioni di neuroni anche strutturalmente non attigue a essere funzionalmente interconnesse raggiungendo un altissimo livello di complessità: dall’emergere di tale complessità si spiegherebbero le esperienze di natura cognitiva (percezione, azione, memoria, linguaggio…) e cosciente. Ritornando alle leggi della fisica, d’altronde, anche dall’unione di due gas isolati e semplici come idrogeno e ossigeno si da vita a qualcosa con una proprietà aggiunta, l’acqua, senza che idrogeno e ossigeno siano primariamente entità liquide. Quel plusvalore è proprio una maggiore complessità che nasce nell’interazione.

Mentre si conosce il risultato dell’unione di due gas semplici, è un po’ più complesso sapere cosa succede se aree cerebrali diverse siano circuitamente connesse. Data la sua complessità, si può supporre che un danno in qualunque regione del cervello può avere un effetto devastante sulla coscienza. Alcuni danni hanno effetti seri. D’altro canto ciò che sorprende della coscienza è il fatto che possa esserci un grande danno cerebrale in alcune zone con un lieve effetto visibile, avvertibile solo dopo approfonditi test psicologici. La rimozione chirurgica di uno degli emisferi del cervello non elimina la coscienza (MacKay 1987). La coscienza appare perciò presentarsi come una proprietà complessa dell’attività presente in entrambi gli emisferi in modo tale che, se un emisfero è assente o il corpo calloso sia stato sezionato (pazienti split brain) in qualche modo l’altro lo possa compensare: l’idea di indivisibilità della coscienza del soggetto sembra resistere nonostante le procedure di “divisione del cervello”.  

Lo studio dei casi neuropsicologici ci porta altri chiari esempi di dissociazioni tra elaborazione consapevole e non consapevole e di come in ogni caso le funzioni dell’Io siano preservate: la prosopoagnosia, il neglect, il blindsight. Lo studio sistematico di questi disturbi ha dimostrato come la mancanza di consapevolezza per un determinato stimolo non significa che quello stimolo non possa essere stato elaborato, ma che al contrario possa esservi una qualche forma di elaborazione senza che vi sia stata percezione consapevole. E così ad esempio un paziente che presenta delle aree cieche nel suo campo visivo (scotomi) è in grado di localizzare spazialmente degli stimoli luminosi presentati nell’area scotomica senza che vi sia stata una percezione visiva dello stimolo medesimo; un paziente con un deficit nel riconoscimento dei volti noti presenta un aumento della risposta psicogavanica di fronte a immagini di volti familiari rispetto a non familiari, e ciò è indice che sia avvenuta una qualche forma di elaborazione dello stimolo a cui può seguire eventualmente il riconoscimento; analogamente un paziente con negligenza spaziale unilaterale riesce a categorizzare semanticamente delle parole proiettate nell’area ipsilaterale alla lesione in compiti di priming semantico.

Inoltre non raramente il disturbo neuropsicologico è associato ad anosognosia, ovvero ad un deficit della consapevolezza per il disturbo medesimo.   

Vi sono fenomeni neuropsicologici in cui si suppone vi sia una compromissione dello stato di coscienza, come le “esperienze fuori dal corpo” (OBE, Out of body experiences), in cui il paziente si sente tasferito in una copia di se stesso e i fenomeni di he-autoscopy e di allucination spéculaire.  

Nell’ultimo secolo, il neurologo Huglings Jackson riportò che aberrazioni nei lobi temporo-parieto-occipitali del cervello possono produrre sensazioni di galleggiamento e disincarnazione, inclusa l’impressione di vedere il proprio corpo da lontano (MacLean 1970). Da allora, le OBE sono state prodotte dalla stimolazione elettrica dei lobi temporali durante operazioni di neurochirurgia. Queste esperienze sono anche associate con varie droghe, attacchi epilettici, episodi di emicrania ed ipoglicemia e modificazioni neurochimiche vicine alla morte. Le OBE sembrano meno misteriose quando pensiamo che il cervello genera immagini simili durante i sogni o quando i meccanismi di eccitazione del cervello si spostano da uno stato di assopimento ad uno stato di sonno, dal sonno alla veglia, dal sonno senza sogni al sonno con sogni, e così via. In un tale sistema formato da così tanti componenti, ci si può benissimo aspettare che occasionalmente si verifichino delle desincronizzazioni – che possono qui risultare in attività simili al sognare durante uno stato di quasi veglia. Le immagini di inizio (ipnagogiche) e di fine (ipnopompiche) del sonno sono spesso miscugli bizzarri, ma all’apparenza reali, di percezioni genuine ed allucinazioni (Stoyva 1973). La differenza tra le esperienze fuori dal corpo e gli stati legati al ritmo sonno veglia sta nel fatto che nel primo caso vi è una sensazione di chiarezza e realtà dell’esperienza che non si riscontra normalmente nelle allucinazioni oniriche genuine dell’esperienza quotidiana.

Nell’ambito delle neuroscienze cognitive dunque sono molti i dati acquisiti relativi a popolazioni cliniche, che presentano una loro intrinseca importanza, nella definizione del problema della coscienza. L’emineglect (emidisattenzione visiva), i casi di split brain (cervello diviso) e l’anosognosia (inconsapevolezza del deficit neurologico in atto), il blindsight e i disturbi della rappresentazione del corpo (OBE, etc..) sono interessanti per una riflessione anche teoretica.

Secondo Francis Crick, nella ricerca delle basi neurobiologiche della consapevolezza è necessario adottare un approccio di tipo sperimentale, elaborando ipotesi verificabili, che possono connettere i macro-effetti comportamentali (mente) con le micro-strutture e le micro-dinamiche neuronali (neurobiologia). In pratica, secondo Crick, bisognerebbe definire fenomeni psicologici che siano ben conosciuti in psicologia sperimentale, correlati a lesioni circoscritte, presenti in alcuni pazienti e riproducibili in animali da esperimento e connessi a regioni cerebrali ben conosciute sul piano neuroanatomico e neurofisiologico.

Il risultato di questo approccio di ricerca è il focalizzarsi su un singolo processo, frammentando di fatto l’uomo e la sua coscienza e talvolta perdendo di vista lo scopo ultimo e le relazioni con il corpus di dati provenienti da altre ricerche in settori attigui. Tuttavia questo tentativo di frammentare la coscienza in processi parziali è l’unico modo che come uomini e scienziati abbiamo per comprendere un fenomeno tanto complesso: ogni ipotesi, verificata o falsificata dall’evidenza sperimentale, potrebbe rappresentare, in ogni caso, un effettivo, sebbene parziale, progresso scientifico. Parcellizzando sperimentalmente i processi di coscienza le neuroscienze descrivono il funzionaento della mente senza relazioni con l’esperienza, privandola cioè non solo del contenuto del “sentire”, ma anche della capacità di sentire (intesa come “contenitore”, come “capienza”). Questo è un limite finora non superabile dell’approccio scientifico.

Sebbene in neuropsicologia i concetti di coscienza e consapevolezza si sovrappongano, è possibile che essi siano anche parzialmente diversi. Per essere coscienti non necessariamente dobbiamo essere consapevoli: posso essere cosciente, presente a me stesso e senza che il mio Io sia disintegrato, ma non necessariamente devo esserne consapevole, cioè testimoniarlo a me stesso o a qualsivoglia in ogni momento. Ci sono per esempio una serie di comportamenti non pianificati intenzionalmente che vengono eseguiti in maniera implicita e automatica, come ad esempio preparare il caffè o eseguire lo stesso tragitto da casa al lavoro tutti i giorni. Si tratta di atti che spesso portiamo a termine senza rendercene conto, “senza pensare”, poiché ne conosciamo implicitamente gli schemi d’azione. In questi casi, anche in condizioni di non consapevolezza, la coscienza continua a preservare l’integrità e la continuità del nostro Io, in modo da renderci sempre presenti a noi stessi e agli altri.

Studi clinici hanno definito le principali patologie della coscienza intesa proprio come funzione di vigilanza: il coma, lo stato vegetativo persistente, la “locked-in syndrome”, il mutismo acinetico, la morte cerebrale. Rimando a tal proposito alla questione della coscienza nei casi di stato vegetativo di cui si discorre lungamente. 

Altri fenomeni sono gli stati crepuscolari, la depersonalizzazione/derealizzazione, fenomeni onirici come le allucinazioni ipnagogiche e ipnopompiche e il sonnambulismo: in tutti questi casi che non sono necessariamente patologici (possono verificarsi saltuariamente o in alcune fasi della vita in una persona normale), vi è sempre un’alterazione/diminuzione dello stato di coscienza. Ricordiamo anche il delirium (psicosindrome acuta da causa organica) presente nella sindrome di korsakoff o nelle malattie neurologiche e degenerative.

Alla luce di tutto ciò potremmo definire la coscienza (Stato di Coscienza e Coscienza dell’Io) come una funzione che permette di integrare conoscenze provenienti dal mondo interno e dal mondo esterno al soggetto, di comprenderle nel loro significato e collegarle secondo paramentri spazio-temporali (memoria) cioè in rapporto alle proprie esperienze passate, presenti e progettuali.

Non esiste definizione che renda conto di un fatto che voglio considerare empirico, in barba ai feticisti della ricerca sperimentale: pur non sapendo esattamente cosa sia e dove sia collocata la mia coscienza, io sento di essere cosciente, presente, sento, capisco e domando e so che la mia coscienza è autocoscienza:  è l’esperienza che tutti sappiamo di provare in assenza di deficit o disturbi psicopatologici. Forse definirla non serve proprio a nulla!

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Questioni

Come ripristinare un senso di fronte ad un bambino gravemente malato? Trovare nuovi nessi di pensiero, nuovi modi di attribuire le cause? Come dare un senso alla soggettività di una persona che scompare dietro all’oggettività dei suoi sintomi? Come dare sollievo alla sofferenza? Quella sofferenza che viene dall’uomo, dalla condizione dell’essere entrati nella dimensione più alta del vivere e che comporta un carico di dolore ben più alto del dolore fisico?Come dare il senso di una vita che si sta spegnendo e ancora di più come dare il senso alla morte quando questa da concetto astratto, diciamo, filosofico, diviene reale e tangibile?

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GESUNDHEIT!

 ECCO LE PRESCRIZIONI DI PATCH ADAMS:
 10 cose da fare ogni giorno
  1. Sii il custode della tua città. Informa gli altri al riguardo.
  2. Sii amichevole con tutti in ogni momento; sperimenta oltraggiosamente la tua capacità di dare..
  3. Offri una spalla o uno strofinio di piede in qualsiasi situazione.
  4. Parla sempre in nome della giustizia, non importa quale sia il costo.
  5. Vai una volta alla settimana in una casa di cura per allietare le persone come un amico.
  6. Spegni la televisione e diventa tu stesso interessante. Mettiti alla prova.
  7. Considera la possibilità di essere stupido in pubblico. Canta ad alta voce. Indossa abiti divertenti.
  8. Trova i modi per aiutare non con il denaro; vai al di là di convinzioni.
  9. Stringi amicizia con chi ti sta vicino
  10. Trascorri il tuo tempo libero pensando al bene della comunità, lavorando su progetti che favoriscano il suo benessere e il suo fiorire.
 
 10 cose a cui pensare
  1. Le 360 persone più ricche del mondo hanno la stessa somma di denaro posseduta da 2,4 miliardi di poveri.
  2. Il gesto più rivoluzionario che puoi commettere nella società di oggi è di essere pubblicamente felice.
  3. Quando sarà finita, voglio dire che tutta la mia vita fui una sposa sposata allo stupore. Fui lo sposo che prende il mondo in braccioMary Oliver
  4. Devi solo lasciar che il dolce animale del tuo corpo ami ciò che ama. Mary Oliver
  5. Il vero problema è la vita, non la morte: essere vivi, allacciare la cintura andando alla ricerca del pericolo. Kazantzakis
  6. Piangere sopra un male passato è il mezzo più sicuro per attirarsi nuovi mali. Shakespeare.
  7. In ogni lavoro che debba essere fatto c’è un elemento di divertimento: trova quel divertimento e scatta, il lavoro è un gioco. Mary Poppins
  8. Solo una vita vissuta per gli altri è degna di essere vissuta- Albert Einstein
  9. La vita non cessa di essere divertente quando la gente muore, così come non cessa di essere seria quando la gente ride. G.B.Shaw
  10. Con passione, ogni cosa diviene possibile.
10 domande da porsi ogni giorno 
1. Se nessuno volesse finire in una casa di cura, che tipo di comunità potrebbe celebrare insieme tutte le età e onorare gli anziani?
 2. Potresti scegliere almeno un bambino a cui non sei legato e dargli il tempo e le cure di cui ha bisogno?
3. Se la compassione e la generosità fossero la misura del successo che oggi sono il denaro e il potere , come cambieresti la tua vita?
 4. Al fine di ottenere una sana interdipendenza con i vicini è necessario ospitare una volta a settimana “potlucks” (termine derivato da una tribù indigena del Canada). Lo faresti?
 5. Se l’essere pubblicamente gioioso, anche sciocco, fossero positivi per la nostra società, parteciperesti?
 6. Se disponessi di camere a casa tua, perché non prendere genitori rimasti soli come un dono?
 7.  Come passeresti a una economia dell’ amicizia?
 8. Potrebbero dieci o più ore di volontariato ogni settimana rendere migliore il mondo?
 9. Avresti il coraggio di essere universalmente amichevole per porre fine alla violenza?
 10. Doneresti il corrispettivo di quanto spendi in acquisti per una donazione a un progetto di sostenibilità ambientale?
P.A.
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